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venerdì 29 novembre 2019

MARLENE SHAW, LA VOCE DELLA SOUL MUSIC CON UN'ANIMA JAZZ.

    Marlena Shaw (nata Marlina Burges a New Rochelle, New York) è una delle tante vocalist di talento del soul-jazz anni '70. Grazie allo zio Jimmy, trombettista jazz, nel 1952 a soli dieci anni, già si esibiva con un certo successo sul palco del mitico Apollo Theater di Harlem, durante le serate per dilettanti. Come lei stessa ha raccontato, pur timorosa e timida di esibirsi davanti ad un pubblico in genere distratto, cantava e suonava il piano accompagnando lo zio Jimmy, catturando totalmente l'attenzione degli ascoltatori in sala. Ma ci saranno voluti ben un decennio, dopo la scuola di musica imposta dalla madre, per rendersi conto che cantare sarebbe stato il suo futuro. 
    Poco più che ventenne, la si poteva già ascoltare nei jazz club in giro per New York. E' proprio grazie ad una di queste esibizioni serali che incontra i talent-scout della Columbia Records che le propongono un'audizione, che però non andò bene per la sua insicurezza. Sfumato il possibile ingaggio discografico, la Shaw continua ad esibirsi in giro, tanto che durante una serata a Chicago nel '66, nel Playboy Club locale, viene vista ed avvicinata dai manager della Chess Records per proporle un contratto discografico con la consociata Cadet Records. 
     La sua voce calda e suadente ben si adatta alla soul music di quegli anni in cui il sound Motown proveniente da Detroit condizionava discograficamente un po' tutti. 
     Gli anni in Cadet Records le fruttarono il suo primo e più duraturo successo discografico, grazie alla cover di "California Soul" scritto in precedenza per i 5th Dimension dalla coppia di autori di successi, Ashford & Simpson. Ancor oggi, la sua versione di "California Soul", così potente musicalmente, si può ascoltare non solo nelle radio indipendenti soul-jazz oriented in giro per il mondo, soprattutto in Inghilterra dove c'è stata una riscoperta negli anni del lavoro discografico della Shaw, ma anche perchè quel brano ben si è adattato nell'essere utilizzato in spot pubblicitari e talvolta campionato dai rappers. 
    Ma il suo stile vocale non è ancora ben definito, viaggiando tra un soul stile Motown ed un mainstream piuttosto sdolcinato. Probabilmente la giovane Marlene sente che forse il jazz è più vicino alla sua vocalità, e quindi nel '72 si accasa per tre anni alla Blue Note Records che proprio in quegli anni, affrancata dal be-bop e dal cool-jazz, inizia ad aprirsi discograficamente al soul-jazz. 
    Ma la buona stella del successo non brilla ancora del tutto e sulla sua strada ritrova la Columbia Records. In questi tre anni l'album SWEET BEGINNERS, il primo di questo triennio, è anche quello che più la rappresenta musicalmente al meglio delle sue possibilità vocali. La Shaw si confronta con la black-music nelle sue più varie declinazioni.
    L'album si apre con Pictures And Memories, originariamente affidata al quartetto vocale dei The Controllers, in puro philly-sound. A seguire troviamo due ballad come Yu-Ma composta dalla stessa Shaw e la cover di Go A Little Boy, dell'inossidabile coppia di autori, Carol King & Gerry Goffin. Precedentemente interpretata tra gli altri da Johnny Mathis e Nancy Wilson. Con The Writing's On The War il sound svolta verso ritmi a metà strada tra il funk ed il rock grazie all'estro compositivo di un certo Domenic Troiano. Quel Domenico Michele Antonio Troiano, italiano di nascita (Modugno in provincia di Bari), poi cresciuto in Canada, che prima di diventare famoso come autore di punta della disco-dance, come chitarrista aveva militato in gruppi rock come i Mandala, The James Gang e i più famosi The Guess Who. Strana la scelta di Walk Softly, una ballad dai toni molto più country che soul, estratta dal repertorio di un altro boss della disco anni '70 come Van McCoy, compositore ed arrangiatore, passato alla storia nel 1975 con il suo hit internazionale "The Hustle". Lo stile dance-floor attira nella rete un po' tutti, anche autori di un certo calibro come Leon Ware che in Motown ha scritto per Michael Jackson e soprattutto per Marvin Gaye. Di Ware la Shaw adotta Sweet Beginnings, il brano che da il titolo all'album. Look At Me. Look At You (We're Flyng), un brano arrangiato in chiave soul-jazz è tra i momenti più belli dell'intero album.
In stile soul anni '70 è invece l'altra composizione scritta dalla Shaw, No Deposit, No Return. Si prosegue con Jonnhy un'intensa love-ballad che precede l'atto finale, scritto questa volta da un'altra coppia di autori, Creed&Bell, che riportano la nostra brava Marlene Shaw verso il philly-sound con I Think I'll Tell Him. Di questo brano, se si ha voglia, andate a cercarvi la versione originale interpretata da Etta James arrangiata per orchestra jazz e con un bel assolo di sax. 
   Da qui in poi, la carriera della Shaw è proseguita tra alti e bassi, con buoni risultati commerciali nel periodo più strettamente legato al periodo dance. E nonostante abbia superato di molto i settant'anni è ancora in giro a cantare.  

di : Gianfranco Ventrosini
    









     

martedì 5 novembre 2019

HUMMINGBIRD, OVVERO L'ANIMA SOUL DEL ROCK MADE IN ENGLAND

   Perlustrando nei sotterranei del rock britannico, dove le contaminazioni sonore con il soul, il funk ed il blues sono sempre state di casa, talvolta si scoprono rarità che sono arrivate all'orecchio di pochi eletti appassionati. In tal senso, gli anni '70 sono stati per la musica in generale quelli più interessanti per quanto riguarda la nascita di band o solisti che, anche se rimasti ai margini del vero successo commerciale, ci hanno regalato delle piccole chicche sonore di gran qualità. Gli 'Hummingbird' di Bobby Tench ne sono un valido esempio.
  Robert 'Bobby' Tench, sin dalla nascita del suo primo gruppo, i 'The Gass', nel '65, si è fatto notare in particolar modo per la sua voce grintosa ma al tempo stesso capace anche di toni più lievi. Predestinata per il miglior rock-blues suonato e cantato, girando per locali nel west-end londinese: il Rasputin's, il The Speackeasy o il The Flamingo Club. Ma Tench è stato anche per molti anni un richiestissimo sideman come chitarrista, compositore ed arrangiatore.
    Dal '74, anno del loro debutto discografico con la A&M Records fino al '77 quando poi il gruppo si è sciolto, Tench e soci, in parte fuoriusciti dal secondo Jeff Beck Group, ci hanno lasciato solo tre dischi con il loro sound che partendo da un elegante rock-blues di matrice tipicamente inglese, si è fatto contaminare dal soul, dal jazz e dal funk proveniente dagli USA. Ma solo il terzo album, confermando una certa maturità stilistica, è veramente di buon livello, godibile e molto più orientato al soul. 
   Già dal primo album il loro sound si perdeva in arrangiamenti più elettro-rock, facendo da base a canzoni piuttosto spente e melense, così pure la loro seconda uscita discografica.
    'DIAMOND NIGHTS' il loro terzo album, è di questo che stiamo parlando, è veramente un piccolo gioiello sonoro. 
    Il lato A si apre con un aspro funk dal titolo: God My "Led Boots" On. Subito dopo l'aria si fa più serena con la ballad Spirit. Il giro di accordi funky della chitarra ed i fiati messi ben in evidenza c'introducono Cryin For Love. Bellissima love-ballad soul-jazz è She Is My Lady, il brano migliore di tutto l'album. Si prosegue con la cover di uno dei cavalli di battaglia degli Earth, Wind & Fire scritta da Skip Scarborough, quella You Can't Hide Love che in tanti hanno interpretato in seguito, e qui forse sporcata un po' troppo dal synt di Max Middleton, tastierista che si è prestato per Jeff Beck, The Bee Gees, Peter Frampton e Chris Rea, tra gli altri, nonchè anche autore di ben tre brani di quest'album.
    Il lato B si apre con uno strumentale, Anaconda, dalle sonorità molto simili al primo jazz-rock/fusion. Madatcha, col tempo in levare un po' reggae ed un po' funky è uno dei due brani scritti da Roger Chapman, la voce leader dei Family, altra band inglese che ha cavalcato per un decennio tra i '60 e i '70 su sonorità rock, jazz-fusion e progressive. Torniamo ad un soul più marcato con Losing You (Ain't No Doubt About You), ma subito dopo Spread Your Wings ci riporta al philly-sound, e l'autore è ancora Chapman. 'DIAMOND NIGHTS' si conclude con lo strumentale Anna's Song dove il synt di Middleton la fa da padrone.
  Tra le curiosità di 'DIAMOND NIGHTS' acenniamo alla presenza in formazione del batterista di colore Bernard Purdie, che in questo album ha curato anche quasi tutti gli arrangiamenti degli archi e dei fiati, session man richiestissimo e che ha fatto parte anche degli Ubiquity di Roy Ayers. Altra curiosità è la presenza di Clive Chaman al basso, avvistato anche nel Jeff Beck Group e nei Brian Auger's Oblivion Express. Ed infine citiamo la presenza alle percussioni del brasiliano Airto Moreira la cui carriera si è spesso intrecciata con quella della moglie e cantante Flora Purim, sia in ambiti fusion che puramente brasiliani. Ultima chicca di questo album, poi non confermata nei solchi del disco, è che in un primo momento in sala d'incisione ci fosse anche lo stesso Jeff Beck a dare una mano a Tench e amici, poi repentinamente ritiratosi per proseguire i suoi progetti del momento.

di : Gianfranvco Ventrosini

martedì 22 ottobre 2019

I RAFFINATI IMPASTI VOCALI DEI RARE SILK



   Le giovani sorelle Gillaspie, Mary Lynn e Gaile, sin da piccole hanno respirato le sonorità jazzistiche delle Big Bands e di Ella Fitzgerald grazie al padre trombettista, lì nel sud della California dove sono cresciute. Nel sangue c'era già ben impresso il talento del canto, tanto che trasferitesi entrambe a Boulder, un piccolo centro del Colorado, Gaile, la sera iniziò a cantare in un club locale. 

    Ma la voglia di metter su un gruppo vocale era proprio forte, ma la sorte le aiuta incontrando altri due cantanti con la voglia di emergere, Marguerite Juenemann e Todd Buffa. Siamo alla fine degli anni '70 e nascono ufficialmente i Rare Silk.
   I loro gorgheggi iniziavano a farsi sentire periodicamente attraverso i microfoni di una radio locale e nei club della zona. Ma il loro vero debutto gli viene offerto nel 1980, quando vengono ingaggiati per aprire la serata prima del concerto di Benny Goodmann al Playboy Jazz Festival. 
   Ormai il loro vocal-swing si era fatto notare e finalmente nel 1983 entrano in studio per registrare il loro primo disco, NEW WEAVE per la Polygram Records. Un lavoro discografico notevole, i loro impasti vocali sono praticamente perfetti e gli arrangiamenti di tutti i brani, ben si adattano alle loro virtù vocali.
  Ad accompagnarli in questo primo viaggio ci sono anche i fratelli Brecker, Randy alla tromba e Michael al sax tenore, ovvero due grandi turnisti che brillano con i loro fiati in tantissimi dischi di jazz, fusion, r'n'b e pop music.
   L'apertura è con la brillante esecuzione della cover di un brano strumentale composto dal sassofonista Richie Cole, New York Afternoon che porterà i Rare Silk ai piani alti della Billboard Jazz Album Chart, raggiungendo la 20° posizione.
   Che siano brani veloci o delle ballad, le voci dei quattro Rare Silk non hanno incertezze, basti sentire di seguito gli altri tre brani che chiudono il lato A del disco, Red Clay scritta originariamente dal tormbettista bopper Freddie Hubbard (che negli anni '70 ha lasciato varie tracce suonando soul-jazz commerciale) e da Mark Murphy. You Know It's Wrong scritta dagli stessi Gillespie e Buffa e la notissima Lush Life di Billy Strayhorn.
   Come si può notare, le cover che i quattro vocalist hanno scelto per questo primo disco non sono certo brani di quelli facili da riarrangiare ed interpretare vocalmente. Il lato B si apre con Joi! una composizione di Buffa e si prosegue con (I Can Recall) Spain del trio Al Jarreau/Chick Corea/Artie Maren. Sugar è un classico del soul-jazz della CTI Records scritto dal sassofonista Stanley Turrentine e bene hanno fatto i Rare Silk a coinvolgere nella loro versione un ottimo Gary Bartz al sax alto. Bartz lo ritroviamo anche in Happying, un brano scritto dal pianista americano di origini fillippine Joseph 'Flip' Nunez. Nel finale di disco ritroviamo la firma di Richie Cole con la ballad dal titolo D. C. Farewell. 
   NEW WEAVE termina qui ed in un certo senso forse anche il buon succeso commerciale dei Rare Silk che con i due dischi che seguirono si sono persi in suoni più elettronici e cambi di formazione per poi separarsi definitivamente.

di : Gianfranco Ventrosini     




lunedì 21 ottobre 2019

NOTE D'AFRICA NEL SOUL-JAZZ DEI PACIFIC EXPRESS

   Con base a Cape Town a metà anni '70, tre musicisti di colore, Paul Abrahams al basso, Jaxk Momple alla batteria e Issy Ariefdien alla chitarra e voce, diedero vita ai Pacific Express. Il loro sound era già ben definito e influenzato da quello che arrivava dai lontani USA: un po' di funk raffinato, ritmiche in levare e sonorità soul-jazz eleganti e molto radiofoniche. 
   Almeno per quel che riguarda il loro primo disco BLACK FIRE pubblicato in South Africa dalla EMI nel 1976. A loro tre, in questo primo progetto discografico si affiancò una sezione fiati di assoluto talento composta da Basil Mannenberg Coetzee al sax tenore e al flauto, e Robbie Jansen alla tromba, sax alto, flauto e voce solista, nonchè lui stesso arrangiatore della stessa sezione fiati. L'aggiunta di Zany Adams voce solista e percussioni e Chris Schilder al piano elettrico contribuiscono a dare a tutto il disco un'impronta molto jazzistica. La finale Wild Song con le sue improvvisazioni di piano mai scontate ne è una prova. 
    Ma già dall'iniziale Brother che ha un inizio molto r'n'b che ricorda molto gli statunitensi Blood Sweat & Tears si capisce che i fiati ed il Fender Rodhes la faranno da padroni in ogni solco del disco. Feelings (Deep In Your Heart) è una ballata corale. In Sky Ride II entrano in gioco le percussioni di Adams per un tocco brasilian style molto godibile dove gli interventi di flauto e piano elettrico ricordano molto il jazz-samba americano di quegli anni. Heaven (I've Found In You) è un brano cantato con un arrangiamento che a tratti ricorda i Chicago prima maniera. 
   Il secondo lato del disco si apre con Black Fire che arriva nei solchi con ritmi sostenuti e i fiati a contrappuntare il tema principale dell'intero brano strumentale. Anche You're Everything, per i suoi impasti vocali ricorda molto i Chicago, ma è molto più soul. Siamo sul finale di partita e i Pacific Express sfoderano un rock-blues inaspettato con Love Your Baby Right. La chiusura è con Wild Song di cui si è già accennato, con un inizio forse un po' scontato, ma quando inizia il suono del Fender Rhodes di Schilder tutto cambia in bello e godibile.
  Dopo BLACK FIRE, i Pacific Express hanno dato alle stampe altri due dischi, ON TIME nel '78 ed EXPRESSIONS nel '79 per la piccola etichetta locale Gull, ma buttandosi su sonorità più pop e melense di nessun interesse, sebbene con un successo commerciale più ampio.

di : Gianfranco Ventrosini

  



lunedì 14 ottobre 2019

ALLA RICERCA DI NUOVI STANDARD _ capitolo 02 L'ANIMA JAZZ DI Mr. BOZ SCAGGS

   Prima nel 2003 con "BUT BEAUTIFUL" e poi con "SPEACK LOW" nel 2008, Boz Scaggs si è lanciato a capo fitto nel nutrito mare magnum del repertorio degli standard jazzistici e non solo. Forse un capriccio, o forse solo un modo per far sapere ai suoi sostenitori di un glorioso passato, che nelle sue corde di musicista e cantante c'è anche qualcosa di ancora più raffinato, allontanandosi mille miglia dal suo hit 'Lowdown', che per i tempi (1976) raffinato lo era per davvero, con quella miscela di pop, soul e jazz. 
  In "BUT BEAUTIFUL" la pianificazione nella scelta degli standard è forse un po' più prevedibile. La voce pacata di Scaggs si confronta con i classici del 'songbook' americano egregiamente supportato da arrangiamenti semplici con basso, batteria, piano e sax.
   Il disco si apre con What's New? nata originariamente come popular song ma poi adottata dall'orchestra di Bob Crosby. Never Let Me Go (1953) è tratta dalla colonna sonora del film Scarlet Hour. How Long Has This Been Goin Gone? degli intramontabili George & Ira Gershwin ritorna a farsi sentire in un contesto 'pop-rock' visto che già Van Morrison l'aveva inserita nel suo 'live' omonimo del 1995. Su Sophisticated Lady c'è poco da dire quando a scriverla c'è uno come Duke Ellington. But Beautiful altra movie song del 1947 cantata in seguito dal Sinatra e Bing Crosby. Con Bewitched, Bothered And Bewildered di Rodgers & Harts ci immergiamo nelle scene del musical Pal Joey della Broadway anni '40. 
   Rimaniamo sempre a Broadway con Easy Living. I Should Care è l'ennesima popular song semi-sconosciuta che risorge e diventa uno standard del jazz e non. Cantata da Sinatra nel '45, è stata poi ripresa negli da Dizzy Gillespie, Nat King Cole, Bill Evans e tantissimi altri famosi jazzisti. Ma anche da artisti più pop come Barry Manilow nel 1994 in Singin' With Big Bands e più recentemente da Ami Winehouse nell'album postumo At The BBC del 2012. 
   Ci avviamo verso la fine di questo primo viaggio, prima con You Don't Know What Love Is, altro brano cinematografico degli anni '40 più volte ripreso da vari musicisti tra cui citerei la versione strumentale di Miles Davis in Walkin' (1954) ed una un po' più particolare del cantautore e chitarrista inglese John Martyn nel suo album Glasgow Walker. E poi con For All We Know, altra popular song del 1934, anch'essa entrata nel repertorio di tanti, ma molto bella e intensa è la versione che hanno lasciato ai posteri Donny Hathaway e Roberta Flack.
   Invitation è il brano di apertura di "SPEAK LOW" ed ha una storia particolare, perchè quando fu inserita nel film di George Kukor A life of her own (1950) passò del tutto inosservata. Mentre due anni dopo, nel '52, comparve nella pellicola omonima dandone nuova luce e molti musicisti e cantanti la inserirono nel proprio repertorio. Tra questi il sax di John Coltrane e la tromba di Roy Hargrove che ci ha improvvisamente lasciato di recente. 
  She Was Too Good To Me è un classico di Broadway firmato Rodgers & Hart. Scritta dal pianista jazz Billy Taylor per la figlia, I Wish I Knew è del 1963. Speak Low porta la firma di Kurt Weill per il musical da lui scritto nel 1943. Ritroviamo Duke Ellington con Do Nothing Till You Hear From Me. Con I'll Remember Aprill, Scaggs si cimenta con uno dei più classici standard e forse insieme a Speak Low sono i brani più belli di questo lavoro. Save Your Love For Me è un blues scritto da Bud Johnson. Il cammino prosegue con Ballad Of The Sad Young Man scritta da Johnny Hartman. 
   Skylark (1941) porta la firma di Johnny Mercer con le musiche di Hoagy Carmichael, che si ispirò alle evoluzioni con la cornetta di Bix Beiderbecke. Anche Bob Dylan l'ha interpretata in un suo disco (Fallen Angel, 2016). 
  L'inserimento in scaletta di Senza Fine del nostro Gino Paoli, cantata da Scaggs in inglese, un po' sorprende, ma se poi pensiamo che l'ha interpretata anche Dean Martin, allora la cover del Boz ci piace ancor di più. E sulla stessa linea arriviamo ad un classico della musica brasiliana con Dindi di Jobim, uno dei capisaldi della bossa-nova. La fine del disco è segnata da un altro classico firmato da Johnny Mercer & Harold Arlen, This Tme The Dream Of Me. 
   Rispetto al precedente BUT BEAUTIFUL, SPEAK LOW è leggermente più orchestrale per l'inserimento degli archi, ma l'interpretazione di Boz Scaggs è sempre pulita ed intimista, rendendo i due lavori assai godibili.

di : Gianfranco Ventrosini 

venerdì 28 giugno 2019

QUANDO L'ISPIRAZIONE NASCE DALLA PRIVAZIONE DELLA LIBERTA': IL SOUL/FUNK DI IKE WHITE


  Avere come sponsor Stevie Wonder quando sei un perfetto sconosciuto, non è da tutti. Se poi meditiamo sul fatto che il nome di Ike White non è nemmeno menzionato tra le pagine di alcun libro dedicato alla black-music e che solo qualche DJ statunitense o londinese l'abbia riscoperto in tempi più recenti, questo ci conferma ancora una volta che il talento, spesso, non si accompagna al successo. 
  Di Ike White si sa veramente poco, se non che all'epoca dell'uscita di questo suo unico disco, CHANGING TIMES (1976), si trovava recluso in una piccola prigione della contea di Los Angeles. Siamo alla metà degli anni '70, il decennio in cui esplode ed implode tutto nella musica. I generi si fondono tra loro e soprattutto la black-music, da soul, da funk, diventa 'Disco' grazie ai Dj che la manipolano e la mixano sui loro piatti nelle discoteche New York. 
   Il disco, realizzato a quanto sembra interamente all'interno della prigione, ha la fortuna di avere la produzione nelle mani di Jerry Goldstein (già produttore dei War) e come musicisti: Doug Rauch al basso (che ha suonato anche con Carlos Santana) e alla batteria Greg Errico (uno dei fondatori dei Sly & Family Stone). White invece, oltre a comporre tutti i brani del disco (da solo o in compagnia) suona le tastiere e la chitarra elettrica.
  Evidentemente le idee e le contaminazioni sono lì tutte nella mente di White, pronte per essere incise nei sochi di questo disco che rappresenta un po' il suo riscatto con il mondo esterno, oltre le sbarre della sua cella.


   C'è il soul-blues crudo di Changin' Time che apre le danze della facciata A, seguita da una tenera ballata come Coming' Home (forse un augurio a se stesso?) e prosegue con la tirata  iniziale rockeggiante della sua chitarra elettrica in Antoniette, che nel finale si addolcisce con note più jazzate.  
   Il lato B inizia con I Remember George, un blues dal sapore spaziale con in evidenza il wa-wa della chitarra di White. Happy Face gli fa ritrovare la sua anima più soul che diventa più funk nella conclusiva Love And Affection.
  La migliore conclusione la lasciamo alle parole di Stevie Wonder immortalate per sempre sul retro della copertina del disco di Ike White: "Ci sono molti "Ike Whites" in questo mondo - diamo loro una possibilità - in modo che il colore della loro pelle non sia destinato per sempre dietro le sbarre".

di : Gianfranco Ventrosini

  

mercoledì 12 giugno 2019

IL TOCCO LIEVE DI AHMAD JAMAL: JAZZ, SOUL, FUNK, FENDER RHODES & ORCHESTRA

   I dischi di soul jazz bisogna considerarli per quel che sono, ovvero dei bei dischi dalle sonorità sofisticate ma di facile ascolto. Con i dovuti distinguo da disco a disco, perchè non tutti sono dei capolavori, sia ben chiaro. Gran parte dei jazzisti che negli anni '70 hanno virato verso questo genere di musica più commerciale, probabilmente anche per rifarsi dei mancati guadagni suonando jazz più per gli 'storici' che per le vendite dei loro dischi, era di alto livello. 
   Ahmad Jamal nella sua lunga carriera di pianista jazz, ha sempre preferito le sonorità calde e ariose del piano acustico, avendo un tocco sui tasti poco percussivo e molto melodico. In AHMAD JAMAL '73, il suo primo lavoro inciso per la 20th Century Records, c'è un Jamal alle prese con il Fender Rhodes (il piano elettrico per eccellenza). Armonizza e contrappunta con una semplicità, che forse altri suoi colleghi, sullo stesso strumento e nello stesso periodo non hanno saputo fare. Ad accompagnarlo ci sono i fiati, gli archi e le ritmiche dell'orchestra diretta da Richard Evans, che ha anche arrangiato tutti i brani e prodotto il disco insieme allo stesso Jamal.  
    La versione di The World Is A Ghetto (che l'anno prima schizzò nelle vette più alte delle classifiche americane di R'n'B e Pop grazie ai War che la composero e inserirono nel loro primo album omonimo) potrebbe essere uscito tranquillamente da un qualsiasi disco dei MFSB, così come Peace At Last, la traccia finale del disco, dove su una ritmica incalzante, Jamal intesse improvvisazioni sul tema.
  Children Of The Night, scritta originariamente da una delle coppie più attive del Philadelphia Sound (Linda Creed e Thom Bell) è un classico soul-mood.
  La cover di Superstition di Stevie Wonder, un brano funky per eccellenza, nelle mani di Ahmad Jamal assume un aspetto decisamente più jazzato, in linea con le sonorità elettriche prodotte nello stesso periodo dal collega Herbie Hancock.
   In Trilby (scritta da uno degli autori Motown legato ad alcuni successi di Stevie Wonder: Orlando Murden) la fanno da padroni i violini ed i cori con le mani di Jamal che scorrono veloci sui tasti regalando un brillante tappeto di note.
  Sustah, Sustah e Soul Girl sono due ballad e Jamal le interpreta più da comprimario, dando più spazio all'orchestra, anche se nella prima, l'intreccio sonoro diventa improvvisamente nel finale del brano, più 'funk'. 
  Che dire, il modo di suonare il piano di Ahmad Jamal era molto amato da Miles Davis. Fluido, estroso, ma senza fronzoli, tanto che qualche critico azzardò a definirlo il precursore del 'cool-jazz'. Nella sua lunga carriera artistica, Jamal ha quasi sempre prediletto suonare in trio acustico, infatti il suo periodo con il Fender Rhodes è durato poco più di una decina d'anni e questo suo disco del '73 rimane tuttora quello più riuscito.

a cura di : Gianfranco Ventrosini   

 

venerdì 8 marzo 2019

QUANDO L'ANIMA LATIN INCONTRA QUELLA BLACK: LE BUONE VIBRAZIONI DI CARLOS SANTANA E GLI ISLEY BROTHERS.

  La storia della musica è fatta spesso d'incontri fortunati, e quando due anime vere della musica s'incontrano e si sintonizzano sulla stessa frequenza, non potevano non creare un prodigio sonoro come POWER OF PEACE. 
  Pubblicato nel 2017, POWER OF PEACE è un disco potente e delicato al tempo stesso. La voce in falsetto di Ronald Isley ed il suono della chitarra di Carlos Santana sono subito riconoscibili e ben si amalgamo tra loro regalando all'udito solo buone vibrazioni. 
  C'è da dire che i due avevano già fatto le prove generali nel precedente disco di Santana (Santana IV del 2016, con la reunion della storica band), dove Ronald Isley impreziosisce con la sua voce ben due brani (Love Makes The Word Go Round e Freedom In Your Mind). Quindi era nell'aria che il buon Carlos riuscisse a realizzare il suo sogno, ovvero quello di fare un disco con i fratelli Isley al completo: Ronald alla voce ed Ernie a contrappuntare gli arrangiamenti con la sua chitarra ritmica. 
  Un lavoro discografico costruito tutto in famiglia, perchè insieme ai tre capi banda, ci sono la moglie di Carlos, Cindy Blackman alla batteria e le due rispettive signore Isley ai cori: Kandy Johnson (moglie di Ron) e Tracy Isley (moglie di Ernie).
  E' sostanzialmente un disco di cover, tranne I Remember scritta da Cindy. L'apertura è corposa con tre brani dalle sonorità forti: Are You Ready dei Chamber Brothers, Total Destruction To Your Mind di Swamp Dogg e Higher Ground di Stevie Wonder. Gli animi si placano con la bellisima interpretazione di un classico di Billie Holiday, God Bless The Child. I Remenber, come dicevamo è l'unico brano inedito, quasi unplugged, dove si fa notare la voce di Cindy e l'accompagnamento al piano di Greg Phillinganes. Curtis Mayfield è l'autore di Gypsy Woman e il falsetto di Ronald non fa certo rimpiangere quello dell'autore. Con I Just Want To Make Love To You di Willie Dixon siamo nella sfera del rock-blues puro. Su onde sonore similari, viaggia la versione di Love, Peace, Happiness dove ritroviamo i fratelli Chambers come autori. 
   Gli animi finalmente si placano ed è la voce di Ronald ad accompagnarci in questo viaggio di suoni delicati pieni di soul, e non potrebbe essere diversamente con What The World Needs Now Is Love Sweet Love, una delle più belle canzoni scritte da Burt Bacharach e subito dopo con una versione di Mercy Mercy Me (The Ecology) in cui Ronald Isley si trova proprio a suo agio insieme ai contrappunti della chitarra di Carlos Santana, un marchio di fabbrica universale. 
   Siamo quasi arrivati alla fine di questo viaggio ricco di note musicali, e ritroviamo ancora una ballad Let The Rain Fall On Me scritta dalla coppia Aaron Bell e Houston Person e che a suo tempo fu interpretata da Leon Thomas. Il disco si chiude, e non poteva essere diversamente, con una preghiera in chiave gospel: tale potrebbe essere Let There Be Peace On Earth scritta dalla coppia (anche nella vita) Sy Miller e Jill Jackson, dove tutti musicisti che hanno contribuito alla buona riuscita di POWER OF PEACE si fanno sentire con un loro contributo sonoro in un finale corale pieno di pathos. 

The Isley Brothers & Carlos Santana - 'Power of Peace', Legacy/Sony Music - 2017 

a cura di : Gianfranco Ventrosini  




  

giovedì 21 febbraio 2019

LE METEORE DEL SOUL/JAZZ : RAMP

  Nati sotto l'ala protettiva del vibrafonista Roy Ayers, i RAMP, nel loro piccolo si sono ritagliati un piccolo spazio nelle pagine della storia del soul/jazz degli anni '70. Il gruppo, unitosi nel 1976 a Cincinnati, era composto dal bassista Nate White, dal batterista e percussionista John Manuel, dal chitarrista Landy Shores e dalle cantanti Sibel Thrasher e Sharon Matthews.
  'Come Into Knowledge' è l'unica loro testimonianza sonora su disco pubblicata ABC Blu Thumb nel 1977, con la produzione dello stesso Ayers, presso gli studi di registrazione Electric Lady di New York City e i Record Plant di Holliwood in California. 
  Il nome del gruppo, altro non era che l'acronimo di 'Roy Ayers Music Productions'. E non poteva essere altrimenti, visto che delle nove tracce del disco, solo una Give It non è composta dal loro mentore. Ayers è da sempre considerato l'inventore del jazz/funk, e quest'unica testimonianza dei RAMP ne anticipa il successo degli anni a seguire.
  Quando uscì, il disco non ebbe un gran riscontro presso il pubblico. Essendo alla fine degli anni '70, anche il soul/jazz, che tanto aveva scombussolato la pancia ai puristi del jazz, ma tanto aveva contribuito a dare una vita professionale economicamente dignitosa a tanti jazzisti che se la passavano piuttosto male, stava probabilmente finendo il suo corso per lasciar spazio ad altre ibridazioni sonore.
  La sorte ha voluto che con l'avvento del RAP e dell'uso dei campionatori, A Tribe Called Quest utilizzasse frammenti tratti da Daylight nel suo pezzo Bonita Applebaum. Simile illuminazione ha avuto in seguito Erika Badu campionando Everybody Loves The Sunshine, che lo stesso Ayers riprese in un suo disco dando inizio all'era Ubiquity, riguadagnando
popolarità e seguito presso una platea ancor più vasta dei soli amanti del jazz, in cui era nato professionalmente.
 Dopo questa prima ed unica esperienza discografica, il gruppo di Cincinnati si sciolse, salvo poi riformarsi per un tour nel 2006.
 Intanto la versione in vinile di 'Come Into Knowledge' è diventato un vero culto per tutti gli amanti di rare-groove anni '70. La versione in CD è uscita nel 2007 prima in Giappone e poi negli USA. 

RAMP , Come Into Knowledge - ABC Blu Thumb, 1977 

a cura di : Gianfranco Ventrosini 

giovedì 14 febbraio 2019

ALLA RICERCA DI NUOVI STANDARD _ capitolo 01 IL VIAGGIO SONORO DI HERBIE HANCOCK


   Il tastierista Herbie Hancock, con il suo "The New Standard", inciso nel 1995 ma pubblicato nel '96 dalla Verve Records, tentò un primo approccio nel ricercare nell'immenso album sonoro del '900, dei nuovi 'standard' da rileggere in chiave jazzistica. 
     Affinché uno standard diventi tale, dovrebbe lasciare una traccia nel tempo e nella mente delle persone. Il suo ascolto dovrebbe riprodursi più e più volte, ma non necessariamente uguale a se stesso. Il brano o la canzone diventa così noto a tutti. Lo ricordiamo immediatamente, anche se spesso non tutti ne conoscono l'origine. Nel caso delle scelte di Hancock, quest'ultimo intento, non sarà stato neanche lo scopo principale della realizzazione dell'intero lavoro di ricerca contenuto nell'album.
    Nelle undici tracce, di cui solo una è una composizione originale del tastierista ("Manhattan (Island of Lights and Love"), si naviga a vista tra brani noti e meno noti della storia del rock, del folk e dell'r'n'b.
    La differenza rispetto al passato è che prima il Jazz creava 'standard' esclusivamente attingendo ai classici songbooks dei grandi e famosi musical americani dei primi anni del '900. Quelli rappresentati a Broadway e firmati, per intenderci, dai vari Cole Porter, Harold Allen, Jimmy Van Heusen, Vernon Duke, Irvin Berlin, Jerome Kern, George e Ira Gershwin. La storia del Jazz deve molto a questi nomi e alle loro composizioni, ormai immortali.
    Tornando all'album di Hancock, la prima cosa che si nota è che ha scelto delle ballad (intendo le versioni originali) dai toni piuttosto pacati. Solo il brano di Prince "Thieves in the Temple" (incluso in Graffiti Bridge, 1990), parte come una ballad, per poi esplodere in un magma sonoro hard-funk. Andando scavando ancor di più nella storia dei vari brani, seppur meno famosi nel curricula dei vari artisti, hanno più o meno tutti scalato i piani alti delle rispettive classifiche di vendita. Il brano di Prince arrivò al numero 6 della classifica r'n'b in USA e 7 in UK. 
     Il brano di apertura, "New York Minute" scritto da Don Henley con Danny Kortchmar e Kay Winding (membri originari degli The Eagles) è del 1989, contenuto prima nel disco solistico di Henley 'The End of the Innocence' in una versione quasi totalmente strumentale, e ripresa in seguito dal loro gruppo con un testo più ricco. Arrivò solo al 48° posto della Billboard Hot 100. 
    Peter Gabriel (ex leader dei Genesis) è l'autore di "Mercy Street", contenuto nell'album 'So', uscito nel 1986. 
    "Norvegian Wood (This Bird Has Flown)" composta originariamente dal solo John Lennon ed in seguito accreditata anche a Paul McCartney, estrapolata da 'Rubber Soul', disco pubblicato dai Beatles nel 1965, è la più riconoscibile tra quelle reinterpretate da Hancock. 
    Con "When Can I See You", "You've Got It Bad Girl" e "Love Is Stronger Than Pride" il nostro, si tuffa a mani tese nei solchi più puri del soul e r'n'b classico e moderno. 
    Autore, cantante e produttore, Kenneth Brian Edmonds alias 'Babyface' di successi da alta classifica, nella sua carriera ne ha inanellati tanti, ben 26 numeri uno nella hit r'n'b USA. La sua "When Can I Say You" uscita nel 1994 come singolo dell'album 'For the Cool in You' scalò subito la vetta degli Hot 100 della classifica di Billboard. 
    'Talking Book' (1972) era il 15° album (conteneva l'hit 'Song the Key of Life') di uno Stevie Wonder ormai maturo e abituato ai gradini alti delle classifiche della black music. Hancock invece per la sua rilettura jazzistica sceglie "You've Got It Bad Girl". 
    Altra incusione nel soul, targata questa volta UK dalla voce soft della cantante di origini nigeriane Sade (Helen Folasade Adu). Siamo nel 1988, Londra è la nuova patria del soul targato UK, e Sade con 'Stronger Than Pride', suo terzo album in studio per la Epic records, conferma ancora una volta il suo valore come interprete. "Love Is Stronger Than Pride" ne è il singolo guida, suonato da tutte le radio del mondo. 
    Siamo quasi in dirittura d'arrivo e dal cappello a cilindro, come un mago Hancock ci propone la sua versione di "Scarborough Fair" che è sì una ballad della tradizione della musica folk inglese, ma non si può non tener presente l'nterpretazione fatta a suo tempo dal duo Simon & Garfunkel nel loro album del 1966 'Parsley, Sage, Rosemary and Thyme". Ma interpretato tra gli artri, negli anni, anche da Marianne Faithfull (1966), Sergio Mendes & Brasil '66 e Justin Hayward (membro dei Moody Blues) nell'89.  
    "All Apologies" è un vero atto d'amore che Kurt Cobain scrive per la moglie Coutney Love e la mamma Frances Bean Cobain. L'album che la contiene è 'In Utero', il terzo dei Nirvana uscito nel Settembre del 1993. Uscì come secondo singolo e diventò subito un successo della band, ricevendo ben due nomination ai Grammy Awards del 1995.
    L'ultima traccia sonora alla ricerca di nuovi standard Hancock la riserva agli Steely Dan di Donald Fagen e Walter Becker. "Your Gold Teeth II" proviene dalla fucina dell'album 'Katy Lied', che nel 1975 divenne Disco d'Oro. Il duo newyorchese con il suo background sonoro fatto di un sofisticate sonorità jazz, funky, r'nb e pop (due anni dopo nel '77 con l'album 'Aja' la loro classe si fece apprezzare in ogni dove), tra le personalità scelte per il disco sono quelle musicalmente più vicine alla storia professionale di Hancock. 
    Siamo alla fine di questa storia di jazz e non solo. Ho usato 'The New Standars' come pretesto per iniziare un mio  personale percorso alla ricerca di nuovi standard, senza alcuna pretesa musicologica. Volutamente, non essendo un musicista non ho fatto raffronti tecnici, compositivi ed esecutivi tra le versioni originali e quelli di Hancock. Non era il mio intento. Così come è irrisolvibile la questione se 'standard' e 'cover' siano simili. E se uno 'standard' debba per forza essere confinato nella sola sfera jazzistica. 
    Per approfondire la questione, consiglio la lettura di due libri che segnalo di seguito alla fine di questo primo capitolo sulla mia personale ricerca di nuovi standard.

Guida alla lettura :

Luca Bragalini, Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e jazz. - EDT 2013











Ted Gioia , Gli standard del jazz. Una guida al repertorio. - EDT/Siena Jazz 2015 











a cura di : Gianfranco Ventrosini


venerdì 8 febbraio 2019

LA CURIOSITA': L'ALBUM SMOOTH DI DIZZY GILLESPIE

   Siamo nel 1984, Dizzy Gillespie ha già da qualche anno superato i sessant'anni (per la precisione ne ha 67). La sua carriera di jazzista è sempre stata assai eclettica e votata all'innovazione, sin dai tempi in cui s'inventò con la sua inconfondibile tromba piegata all'insù, il be-bop per poi abbracciare i ritmi latini provenienti da Cuba e Portorico.
    Due anni prima, nel 1982, quel genio della musica soul di nome Stevie Wonder lo chiama al suo cospetto per impreziosire la sua "Do I Do" con il suono scintillante della sua tromba, in un assolo inconfondibile. "Do I Do" faceva parte del doppio album di Wonder "Original Musiquarium I°", e divenne subito un hit mondiale, trasmesso da tutte le radio del pianeta.
   Forse proprio perché soddisfatto da quell'esperienza così magica, il buon Dizzy, due anni dopo decise di mettere insieme un gruppo di musicisti con cui registrare "Closer To The Source". In giro per gli states, registrando tra New York ai Bear Tracks, gli A&M Studios in California ed i Criteria Studio di Miami, Dizzy riunì attorno a sè un gruppo di musicisti validissimi e con esperienza. 
   Furono scelti sette brani in tutto, tra cover e composizioni originali. Tra i musicisti che l'accompagnarono in questa avventura decisamente più commerciale, scegliendo di suonare un jazz dai toni più leggeri, spiccano i nomi di: Sonny Fortune al sax, Marcus Miller al basso ed al synth, Buddy Williams alla batteria, Hiram Bullock alla chitarra elettrica, Kenny Kirkland alle tastiere, Mino Cinelu alle percussioni, Bradford Marsalis al sax tenore e l'armonica di Stevie Wonder, probabilmente chiamato a ricambiare il favore di due anni addietro.
   Inutile dirlo, i puristi del jazz avranno sicuramente storto il naso, quando fu pubblicato il disco ed ascoltate le tracce, che si discostavano anni luce dalle note 'bop e latin' a cui il buon Dizzy li aveva abituati. Sì, certo, sarà stata sicuramente una operazione commerciale, in un periodo in cui, negli anni '80, il jazz era in una fase di smarrimento stilistico. C'era stato il jazz/rock degli anni '60 e nel decennio seguente, i '70, diversi jazzisti abbracciarono e cavalcarono l'onda sonora del soul/jazz. Poi tutto diventò 'fusion' e quando le note si fecero più 'easy' nelle radio FM nacque lo 'smooth jazz'.
  "Closer To The Source" è un album che andrebbe riscoperto dai cultori del 'smooth jazz' perché è stilisticamente perfetto, di facile ascolto ma con qualcosa in più.
   Il brano di apertura, 'Could It Be You', quasi una ballad è composto da Marcus Miller. Si prosegue con 'It's Time For Love' firmato da Gamble & Huff, originariamente portata al successo da Teddy Perdergrass. Poi arriva inaspettata la cover di "Closer To The Source" scritta ed interpretata originariamente da Leroy Hutson, dove ritroviamo le note dell'armonica di Stevie Wonder. Evidentemente è il soul ad ispirare musicalmente Dizzy per completare la scaletta dell'album, tanto da inserire un successo di Gladys Knight & The Pips, "You're No.1 In My Book", inciso appena l'anno prima, il 1983. Così arriviamo a "Iced Tea", forse la meno convincente di tutte, un po' latineggiante, stile Helb Alpert. L'unico brano  cantato dell'album è "Just Before Down" scritta da David Foster, noto compositore e produttore californiano. La voce è quella di Angel Rogers, che però viene malamente sporcata da troppo synth nell'arrangiamento. L'ultima traccia di questa avventura porta la firma di Herbie Hancock ai tempi di 'Mr. Hands' uscito nel 1980: è la cover di "Textures". L'arrangiamento di Bradford Marsalis in qualche modo stravolge la noiosa esecuzione originale di Hancock, rendendola più lirica. Bisogna riascoltarla più di una volta, soprattutto per apprezzare i contrappunti pianistici di Kenny Kirkland.
    Quindi, un Dizzy Gillespie in versione 'smooth jazz', poco conosciuto e da riscoprire.



Dizzy Gillespie, Closer To The Source, Atlantic Records - 1984



consiglio alla lettura :


Dizzy Gillespie, To be or not to bop. L'autobiografia, 
minimum fax edizioni - 2009








a cura di : Gianfranco Ventrosini            

lunedì 28 gennaio 2019

SE SHAKESPEARE FOSSE NAPOLETANO



   La prima volta che ho avuto l'occasione di ascoltare alcuni di questi sonetti shakespeariani è stata dal vivo durante la presentazione di un libro proprio su Shakespeare, dove Gianni Lamagna era stato invitato per dare il suo contributo con questa sua 'opera musicale'. Poi col tempo sono inciampato diverse volte in  "Neapolitan Shakespeare", ascoltandolo ed incuriosendomi sempre più.                
  Quindi, quando lo stesso Gianni, poco tempo fa a casa sua mi omaggiò il CD, per me è stato come ricevere il 'santo graal' del lavoro del musicista/amico, di cui tanto avevo sentito parlare, ma che ancora non avevo avuto tra le mani.
   La pubblicazione ufficiale è del 2015, ma il lavoro di ricerca e messa in musica è durato quasi tre anni, come spiega nelle note di copertina l'autore. Un lavoro non facile sicuramente da concepire, così come anche il suo ascolto, che va ripetuto per più volte proprio per riuscire a carpirne la vera essenza: vocale, sonora e letterale. 
   Gianni Lamagna è un interprete dalla voce potente e drammaturgica che ben si sposa con la trasposizione in lingua napoletana dei diciassette sonetti di Shakespeare da lui scelti per questo lavoro per cantare l'Arte, l'Amicizia e l'Amore. 
   Se si ha la fortuna di avere contemporaneamente sia dimestichezza con l'inglese che con il napoletano, c'è una curiosità che mi ha subito colpito leggendo entrambe i testi (l'originale e quello in napoletano), ovvero che la trasposizione in 'lingua napoletana' è una traduzione quasi letterale dall'inglese. L'autore si è concesso poche licenze poetiche. Infatti dove l'inglese è più composito e aulico, Lamagna lo reinterpreta con una traduzione in napoletano meno diretta. Ma dove l'inglese non ha alcun bisogno di essere reinterpretato, non senza tralasciare la necessità di utilizzare una metrica musicale che aiuti gli ottimi arrangiamenti sonori, il napoletano è più semplice e diretto. Il brano " 'o diciassette/sonnett 17" può essere forse preso come esempio del metodo compositivo adottato. 
   In fondo stiamo sempre parlando di canzoni: scritte, cantate e suonate. "Neapolitan Shakespeare" è anche un viaggio sonoro corale, dove la voce di Gianni Lamagna viene avvolta e assecondata dagli arrangiamenti di Paolo Raffone per le musiche di Giosi Cincotti, Piera Lombardi, Nico Arcieri e degli stessi Raffone e Lamagna; ed affiancato nell'interpretazione vocale da Alessio Arena e la già citata Lombardi, in alcuni momenti. 
   Ma ci sono tanti altri bravissimi musicisti che hanno saputo contribuire con la loro maestria all'efficacia sonora di questa 'opera' incatalogabile come genere musicale, ma proprio per questo, unico nel suo genere, perché la sua bellezza è data forse proprio da includerli tutti. 
   a cura di: G. Ventrosini

GIANNI LAMAGNA : Neapolitan Shakespeare - Europhone Records, 2015 

mercoledì 2 agosto 2017

LO SMOOTH LATIN DI DAVID E MARC

Due gentlmen dello 'smooth jazz' hanno imbastito con questo loro album intitolato 'So Nice!', un racconto sonoro tutto 'latin'. La musa ispiratrice in questo caso è il Brasile e la Bossa Nova. 
L'album si apre con French Cafè e segue veloce con Penthouse In Copacabana dove sia la chitarra acustica di Marc Antoine che il piano di David Benoit si alternano negli assoli accompagnati dalla ritmica in levare. Segue un bel omaggio al maestro A. C. Jobim e la sua famosissima Sò Danço Samba. L'ascolto prosegue con Caminando, dove si fa notare l'apporto ritmico alla batteria di John 'JR' Robinson (ha suonato con M. Jackson e Chaka Khan). Siamo a metà del percorso e i due autori ci vengono incontro con A Cafè Au Lait Bentley e All Said And Done e ai due si aggiunge il bassista Ken Wilde (trascorsi professionali con Barbra Streisand, Al Jarreau e Gloria Estefan). Si sente che i due leader sono molto affiatati sia negli standard che nelle composizioni originali, tanto che quasi non si notano le pause tra un pezzo e l'altro dell'album. Un piacevole tappeto sonoro che continua con Rio Deluxe con ben in evidenza la chitarra 'latin' di Antoine. Puma Trail con il suo mid-tempo ci conduce al finale dell'album che ci regala la chicca So Nice, che altro non è che la cover di un successo (tra il 1963 e 1966) del Walter Wanderley Trio prima, e di Sergio Mendes poi. Nel brano alle percussioni compare Luis Conte (già con Phil Collins, Pat Metheny e James Taylor). E arriviamo alla chiusura con la romantica e classicheggiante Algarve.       
Nel compleso un album ben congeniato e godibile. Sia Antoine che Benoit hanno classe e bravura indiscutibile, ma forse se avessero osato un po' di più, ricercando nel vasto baule della Bossa Nova, avrebbe raggiunto vette più alte. 

a cura di : Gianfranco Ventrosini

D. BENOIT & M. ANTOINE : So Nice! - Shanachie Records, 1917 
valutazione : 𝅘𝅥𝅮𝅘𝅥𝅮𝅘𝅥𝅮